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Capitolo 5- The end


“Dannazione mi sono addormentato!” disse il Williams appena svegliatosi “Che rabbia!”. Osservò la stanza e un brivido gli salì su per la schiena. Guardò verso la finestra: era aperta. Lo zaino era ancora sul tavolino, ma non era ben sistemato come lo aveva messo il signor Williams la sera prima, era piuttosto messo male, buttato lì. “Mmmh… la finestra aperta… lo zaino buttato lì… ma certo! Il mio sogno era una rivelazione! Avevo ragione a credere che il ladro mi prendesse lo zaino. Se quel sogno mi ha detto tutta la verità ora so come il ladro agisce, tutte le mie supposizioni erano esatte, eccetto il fatto che il ladro non ha un covo!”
Stette seduto per una mezzora, finché la moglie non si svegliò e scese in cucina. I due parlarono mentre facevano colazione ma la moglie lo guardava con una faccia strana e alquanto preoccupata “Che hai? Ti senti bene?” chiese Williams.
“Si si sto bene… certo che sto bene… continua pure su…” sembrava anche un po’ nervosa.
Finirono di parlare e il signor Williams disse alla moglie che sarebbe andato da Jones a raccontargli del sogno e poi avrebbe fatto un giro per il paese per vedere chi aveva colpito quella notte il ladro misterioso.


Il signor Jones dopo aver ascoltato attentamente ciò che Williams aveva da dirgli disse pensoso “… mmh capisco, beh sai cosa ti dico? Questa notte lo prendiamo il ladro! Ne ho fin sopra i capelli! Ti aiuterò anch’io, mi apposterò con la macchina davanti a casa tua dall’altra parte della strada e controllerò la situazione, se il ladro è così sbadato da girare tranquillo per strada lo vedrò e lo inseguirò! Sempre che a te sfugga… ora però andiamo a controllare il cassonetto vicino a casa tua per recuperare la refurtiva prima che venga portata in discarica… purtroppo per i miei dischi non c’è niente da fare, a quanto pare… a parte che mi sembra un po’ assurda questa storia del sogno rivelatore!” Uscirono di casa, andarono al cassonetto vicino a casa di Williams e recuperarono gli oggetti che vi erano stati gettati, fortunatamente erano in superficie. Dopo aver effettuato il recupero Jones disse “Bene, pare che il sogno abbia detto la verità, difficile che uno butti via una forchetta e una pianta grassa, non in questo modo almeno, sono questi gli oggetti che hai sognato?”
“Beh nel sogno il ladro andava tastando in giro e non vedeva, la forchetta può essere, era una cosa appuntita e con un manico quindi direi di si e della pianta ho visto solo la sagoma e mi pare corrisponda a questa…”
“Bene… ora questa roba può essere di Howard, sua moglie è appassionata di piante grasse… andiamo!”
Percorsero velocemente alcuni isolati fino ad arrivare a casa di Howard Scott. Entrarono in casa e chiesero se gli oggetti trafugati fossero di sua appartenenza “Si, ma dove li avete presi? Mia moglie si stava disperando per quella pianta, credeva fosse sul davanzale e non riuscendo a trovarla credeva di avere l’Alzheimer!”
I due raccontarono tutto a Scott. Finite le spiegazioni Jones e Williams si congedarono e andarono ognuno a casa propria.
A casa Williams però, la signora non c’era, tornò solo dopo un’ora “Dove sei stata?” chiese il marito al suo ritorno.
“Sono andata dai Jones a vedere come stavano”
“Capisco, beh sta notte monterò ancora la guardia allo zaino e Theodore da fuori mi darà una mano nel caso mi riaddormenti o mi sfugga il ladro”
La signora Williams accolse la notizia con preoccupazione ed emetté un sono monosillabico appena percettibile.

Venne la notte. Come quella prima Williams si sistemò sulla poltrona, con lo zaino sul tavolino davanti a sé e il termos di caffè, ma come la sera prima, Williams si addormentò. Nel frattempo Jones che si era appostato in macchina davanti alla casa percepì dei movimenti nel salotto, così uscì dalla macchina e si preparò a correre. Qualche minuto dopo, due case più avanti, sbucò una figura in strada. Jones capì chi era e la seguì, avevano percorso tre isolati quando il ladro sparì nel buio, andò sul retro di una casa e scavalcò per andare nel giardino adiacente. Ad un tratto la voce di Jones disse “Femati!” il ladro si fermò per un paio di secondi poi riprese il suo cammino senza nemmeno voltarsi. Jones gli andò vicino e scrollò una spalla del ladro “Svegliati Philip!” il ladro si girò e aprì gli occhi: era il signor Williams.

Williams si guardò attorno attonito, dopodiché fece per svenire, Jones lo prese per le spalle e lo scosse “Oh Philip quanto mi dispiace, non avrei voluto smascherarti, ma tu insistevi per incastrare il ladro… inoltre non smettevi di compiere furti! Mi dispiace tanto che il ladro sia tu, ma credimi è meglio che ti abbia preso io, ti aiuterò te lo prometto! Saresti stato incastrato lo stesso però, i furti cominciavano a essere abbastanza per la polizia e stava diventando troppo evidente il fatto che fossi tu il ladro. Nemmeno tu credevi al sogno ma non osavi pensarlo. Mi dispiace tanto Philip! Ti aiuterò vedrai, sistemeremo tutto!”
Philip Williams cominciò a perdere conoscenza, continuava a scuotere la testa dicendo “No, no, non sono io”
“Purtroppo si, prima tua moglie è venuta a parlarmi, ti ha visto Philip! Vorrei non fossi tu ma purtroppo è così…”
“No, non sono io, NON SONO IOOO!” poi si mise una mano al cuore come se avesse una fitta, si piegò dal dolore e svenne. Pochi minuti dopo, in ospedale, fu dichiarato il suo decesso per infarto.

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Capitolo 4



Dopo circa un’ora il signor Williams era gia di ritorno a casa. Quando entrò, la signora gli corse incontro “Oh eccoti finalmente! Dov’eri finito sono due ore che sei via si può sapere che hai fatto? Ti sei dimenticato il cellulare a casa! Ormai il pranzo si è raffreddato!”
“Scusa cara…” disse il signor Williams con un tono un po’ implorante “… ma ho scoperto un indizio molto importante e sono corso da Theodore a riferire… ora mangiamo e ti racconto tutto.” I due pranzarono e Williams raccontò tutto alla moglie “… così ho concluso che questa notte farò da guardia allo zaino e attenderò che il nostro uomo si faccia vivo, che ne pensi?”
“Beh… se te la senti… ma non vorrai mica usare la pistola?”
“No non credo, però in caso di emergenza è meglio che la tenga a portata di mano che non si sa mai, ma ti prometto che farò di tutto per non doverla usare, né come minaccia né tanto meno per sparare! Credimi!” le disse prendendole una mano, accarezzandola col pollice.
La signora Williams sospirò rassegnata.

Calò la notte. “Allora io vado a letto, mi raccomando stai attento e sii prudente, non credo che riuscirò a dormire e non farti scrupoli a chiamarmi!” disse la signora visibilmente preoccupata “Ti prego fai molta attenzione!”
“Si stai tranquilla, ma a meno che non ti chiami io, qualsiasi cosa succeda tu non fare niente. Stai tranquilla, ok?”
“Ok” rispose sempre più preoccupata e con una voce tremolante come se fosse sul punto di piangere. Corse al piano di sopra, in camera da letto, per evitare di preoccupare marito inutilmente.
Il signor Williams si sedette sulla poltrona del salotto e piazzò lo zaino nel tavolinetto proprio davanti a sé. Si era inoltre preparato un termos pieno di caffè. Dopo circa un’ora versò del caffè in una tazza ma notò che gli tremava la mano dalla tensione, così decise di correggerlo "solo questa tazza, giusto per calmarmi un po’’ pensò. Pochi minuti dopo aver bevuto la tazza crollò in un sonno profondo.
Sognò di essere un ladro, non un ladro qualsiasi, sognò di essere proprio il ladro che doveva incastrare. Nel suo sogno il signor Williams entrò in casa sua per la finestra della cucina che dava sul retro della casa, andò in corridoio ed passò per la porta in fondo ad esso, la porta della cantina. Prese lo zaino e uscì per dov’era entrato. Fuori c’era una lieve foschia e la strada era illuminata a tratti da alcuni lampioni disseminati per il paese. Il signor Williams, o meglio, il ladro che sognava di essere, dopo aver attraversato i giardini sul retro di qualche casa uscì in strada dove proseguì silenziosamente e tranquillamente per qualche isolato. Per le strade non c’era nessuno ma lui non dava nell’occhio lo stesso, in parte perché era silenziosissimo, in parte perché sfruttava le porzioni di strada non illuminate e in parte perché ormai tutti stavano dormendo da un po’. Ad un certo punto andò sul retro di una casa attraversando il giardino, scavalcò agilmente lo steccato e si ritrovò sul retro della casa a fianco, aprì silenziosamente la finestra ed entrò. Era nella cucina, al buio, chiuse la finestra dietro di sé e si mosse a tentoni. Poggiò la mano su un oggetto un po’ particolare, pungeva un po’, probabilmente una forchetta, aprì lo zaino e la gettò dentro. Si diresse verso la stanza adiacente, sempre muovendosi molto cautamente, ma questa stanza era lievemente illuminata dalla luce di un lampione in strada che filtrava dalle tende, andò verso il tavolo ma non trovò niente. Si diresse allora verso la finestra del salotto per uscire, inciampò su un paio di pantofole, le prese e le mise nello zaino. Prese inoltre una pianta grassa che stava su davanzale della finestra. Si stava facendo tardi e sentì dei rumori dalla strada parallela. Uscì dalla casa per la finestra e corse verso casa sua, prima di arrivare però si fermò davanti a un cassonetto, svuotò lo zaino e corse a casa. Arrivato davanti alla casa aprì la finestra del salotto buttò lo zaino sul tavolino e scappò sparendo nel buio. A questo puntò il signor Williams si svegliò di colpo.

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Capitolo 3



“Ehi tesoro? Perché il mio zaino era in cantina inzuppato di whiskey?” disse Williams con lieve e terribile sospetto.
“Non lo so, io non bevo whiskey e non uso il tuo zainetto!” disse la moglie disinteressata.
“Mmh temo di aver capito, sarà meglio fare luce sul caso! Corro dai Jones a riferire le novità!” e detto ciò corse fuori dalla porta e si diresse verso casa di Theodore.

“Ehi, ehi!” cominciò ad urlare “ehi Theodore! Ho novità! Aprimi, aprimi! SVELTO!”
La porta si aprì e Williams entrò col fiatone “Che c’è?! È successo qualcosa?” disse la signora Jones sulla soglia.
“Porto novità sensazionali!”. Si sentirono dei passi che scendevano le scale e il signor Jones che non smetteva di brontolare e lamentarsi.
“Che c’è? Cos’è tutto questo chiasso? È venuta giù la casa? Oh ciao...Philip”
La signora Jones con aria premurosa e preoccupata “Oh caro! Il signor Williams è venuto qua di corsa dicendo che ha novità!”
“Si esatto guarda cos’ho trovato!” e gli mostrò lo zainetto.
“Beh… è il tuo zaino… carino…” disse Jones con un odiosissimo tono ironico, alzando il sopracciglio sinistro. Era molto scocciato dalla visita e del signor Williams, ‘anche quando lavoravamo insieme’ diceva sempre alla moglie ‘mi tormentava continuamente, prendeva sempre troppo seriamente tutti i casi che gli capitavano, e anche adesso, che siamo in pensione, continua a tormentarmi con casi che il più delle volte si inventa come se fossimo ancora in servizio!’
“No no, guarda bene!” e glielo mostro meglio “Whiskey! Probabilmente lo stesso whisky che hanno rubato a Lawrence! Sai cosa vuol dire?”
“Si che il ladro sei tu!”
“Non dire cretinate Theodore! Vuol dire che il ladro con cui abbiamo a che fare viene ogni notte in casa mia, mi prende lo zaino, va a compiere i suoi furti, va alla sua base svuota lo zaino e me lo riporta!”
“Ma è ridicolo!” poi ci pensò un po’, sotto sotto cominciava ad incuriosirsi al caso. “Forza entra!”. Entrarono in casa e si sedettero sulle poltrone in soggiorno “Bevi qualcosa?” chiese Jones tirando fuori due bicchieri e una bottiglia di scotch. Williams annuì. “Perché un ladro” cominciò Jones versando il drink e portandolo all’ospite “dovrebbe prendersi la briga di venire a casa tua, prenderti solo lo zaino e nient’altro, andare a derubare altre persone, tornare alla base e poi addirittura restituirti lo zaino?! Vuoi che uno non abbia uno zaino in casa? e poi al massimo perché dovrebbe restituirtelo? E poi ancora, perché proprio il tuo zaino?”
“Oh Theodore, non ti riconosco più! Una volta non facevi questo genere di domande” disse con un tono che suonava come un bonario rimprovero. Continuò “il ladro con cui abbiamo a che fare è evidente che non lo fa per arricchirsi ma lo fa per il puro gusto di rubare, cosa vuoi che se ne faccia del tuo telecomando? È chiaro che lo fa perché ci prova gusto a creare scompiglio oppure perché sente la sua vita così vuota e priva di certe emozioni che solo una cosa del genere ti può dare, un po’ come le sensazioni che cercavamo quando eravamo giovani arruolandoci nella polizia, ti ricordi, Theodore?” disse con un’aria di nostalgia.
“Già” rispose Jones sorseggiando il suo scotch e fissando il vuoto “Bei tempi quelli… ma non hai risposto alla domanda, perché proprio tu?”
“Proprio non lo so, mi piacerebbe saperlo, glielo chiederò appena lo incastreremo!”
“A proposito cosa pensi di fare visto che la polizia non vuole muovere un dito?”
“Ancora non lo so, è probabile che avrò bisogno del tuo aiuto… penso che sta notte monterò la guardia davanti allo zainetto… se il ladro colpirà anche sta notte, come del resto è molto probabile allora passerà a prendersi lo zainetto… per ora posso fare da solo, fermerò il ragazzino e…”
“Ragazzino?”
“secondo me non può essere che un ragazzino in cerca di bravate e di emozioni forti”
“Mmmh si ci può stare…”
“… comunque” prosegui Williams “ stavo dicendo: farò da guardia allo zaino e quando il nostro soggetto in questione si presenterà, lo fermerò, mi farò dire dove ha nascosto la refurtiva e lo consegnerò alla polizia… in cantina ben nascosta tengo una pistola, la terrò a portata nel caso il ladro si ribelli. Ora vado da Lloyd a riferire le novità. Ti terrò informato, a presto!” bevve l’ultimo sorso di scotch e se ne andò.

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Capitolo 5



Capitolo 5
-Maledetto nano viziato- le parole mi risuonavano tanto forti nella mente che mi pareva le potessero sentire tutti. I miei genitori erano arrivati da soli 3 minuti ed avevano già iniziato a farmi il terzo grado. Sul viso di mia madre si leggeva una profonda delusione. Giampi se ne stava seduto, guardando rassegnato il pavimento, ad attendere il suo destino funesto. Dopo che terminammo la nostra discussione, i miei non mi rivolsero più la parola; seguirono interminabili minuti di imbarazzante silenzio che si faceva via via sempre più insostenibile. A spezzare questo terribile silenzio fu il rumore di una porta che si apriva e veniva sbattuta e poi dei tacchi che salivano le scale; parevano petardi. Eccola, seguita a ruota da marito.
“GIANPIETROOOOOOO!!!” Quell’urlo ci fece sobbalzare tutti e quattro. Il viso di quella donna era carico di astio; si fiondò sul figlio e lo strattonò.
Il marito la afferrò e cercò di tranquillizzarla, invano: dovette intervenire il commissario e due agenti per poterla fermare. Quando si calmarono i bollenti spiriti, ricostruimmo tutta la vicenda in presenza dei genitori del nano, che si prese tutto il merito per ciò che non aveva fatto.
Stavamo scendendo le scale, diretti alle macchine e le urla della madre di Gianpietro continuavano a risuonare forti fra i corridoi; arrivati al parcheggio fissai Giampi, lui non riuscì a sostenere il mio sguardo ed entrò nella macchina dei suoi; io e la mia famiglia facemmo altrettanto.
“Ooohh…povero il mio Giuseppino, così deboluccio e indifeso…” Eccola che iniziava a trattarmi come un poppante; quanto mi irritava! Questa è stata l’unica volta che riuscivo ad essere il migliore e quell’altro nano si prende tutti gli onori.
Il viaggio pareva non finire mai. Quando arrivammo a Grantortino vidi che tutti acclamavano Gianpietro come un eroe e che i suoi genitori erano perfino contenti ora, la madre sfoderava un gran sorriso; assurdo! Poco prima gli stava urlando contro e ora, che metà paese festeggia quell’inutile nano, lo esibisce come un trofeo in bacheca. Dovevo esserci io al suo posto! Che ingiustizia! Iniziai a camminare veloce verso casa: se avessi assistito ancora per molto a quella scena avrei iniziato a fare una scenata davanti a tutti.
Aspettai di fronte al portone i miei che arrivavano al passo di una lumaca e appena entrati, salii di corsa le scale ed entrando in camera, sbattei violentemente la porta. Mi buttai sul letto, dove ci rimasi fino al giorno seguente, ripensando a tutta la vicenda e versando qualche lacrima.
A scuola tutta l’attenzione era rivolta a Gianpietro e io non apersi mai bocca, me ne stavo sul banco con espressione vuota, finché non suonò la campanella dell’ultima ora, raccolsi le mie cose e mi diressi mollemente verso casa. Gianpietro fece per avvicinarsi, ma io accelerai il passo e corsi a casa, dove mi rifugiai nuovamente in camera mia da dove sentivo Giampi urlare:
“Giuseppeee! Vieni fuori! Ho bisogno di parlarti!”
Cercavo di ignorarlo; dopo circa un’ora le urla smisero. Non riuscivo a pensare a nulla, la mia mente vagava nel vuoto. Passò una mezz’ora e lo squillo del telefono mi fece sobbalzare. Mia madre, al piano di sotto alzò la cornetta del telefono e la sentii parlare “…si adesso vado a chiamarlo.” Udii i suoi passi lungo le scale… suonavano molto pesanti… mi sembrava di udire anche l’eco, come in un film dell’orrore… mi sembrò un'eternità il tempo che impiegò a raggiungere la mia camera. Deglutii, trattenendo il respiro, consapevole di ciò che stava per
succedere, fissando la maniglia della porta che si abbassava.
Con un cigolio la porta si aprì e mia madre, con espressione assente, entrò
“è Giampietro…” disse porgendomi il telefono.
Afferrai il cordless, lo appoggiai all’orecchio e non dissi niente. Mia madre uscii poco dopo aver studiato il mio viso. Quando scese le scale mi decisi a parlare: “Che c’è?!” dissi bruscamente e svogliatamente allo stesso tempo.
“Senti Giuseppe io… volevo… beh mi riesce un po’ difficile ammetterlo… eri tu l’eroe e voglio chiederti scusa… mi rendo conto che non mi sono comportato molto bene e che non è stato proprio correttissimo prendermi il merito di una tua azione ma… beh … i miei genitori mi avrebbero ammazzato… capisci?”
“Non sei stato proprio correttissimo?! Proprio non capisci! Quando mai mi potrà capitare un’occasione come quella per attirare un po’ di attenzione su di me e per passare come un’eroe?”
cominciavano ad affiorarmi un po’ di lacrime e mi tremava la voce
“ Hai rovinato tutto!”
“… scusami …”
“È troppo tardi per le scuse! Anche se tu adesso dici tutta la verità non sarebbe la stessa cosa!”. Non ce la facevo più, così riattaccai.
Avevo litigato con il mio migliore amico e non credo che sarei mai riuscito a perdonarlo, anche perché Giampietro non è un tipo facilissimo da perdonare, col suo modo di fare. Inoltre non ero visto molto bene in classe mia perché… a quindici anni essere un fanatico dei pokémon non era proprio il massimo. I videogiochi avevano distrutto la mia già carente popolarità, hanno rovinato tutto! Era ora di cambiare. Iniziai a strappare con ferocia dai muri tutti i poster. Ci sarà molto da fare.

Il racconto è finito!! Premi qui per tornare alla home.

Capitolo 3





Ovviamente non fu affatto facile raggiungere il parco: dopo circa quaranta minuti di interminabile camminata con Giampi che non faceva altro che lamentarsi, scorgemmo in lontananza le fronde degli alberi della nostra destinazione. Come se non bastasse la serie di disgrazie che ci avevano colpiti, ci fermò un tale dall’aria vagamente straniera che ci chiese un’informazione con una cadenza nelle parole tremendamente strana.
Aprii la bocca per rispondere, ma le parole mi morirono in gola, dato che Giampi aveva già iniziato a parlare a raffica e quindi lo interruppi: “maaa…”.
“Taci essere inferiore! Tu sei lo stupido, io quello intelligente! Ti ricordo che per colpa tua ci siamo persi!”. Lasciai correre, Giampi è fatto così.
Finalmente entrammo nel parco e mi sedetti su una panchina. Ero assorto nel sistemare le mie carte quando mi accorsi che Gianpietro non si era seduto ma al contrario se ne stava impalato di fronte a me, fissandomi e indicando la panchina:
“E’ tutta bagnata! Asciugala subito!” non asciugai e il sottofondo dei suoi lamenti non mi diede alcun fastidio mentre mescolavo le mie carte. Si sedette rassegnato e nel frattempo estrassi dallo zaino il mio speciale tavolino pieghevole. Cominciammo a giocare, eravamo concentratissimi, finché una pigna tutta sporca di resina cadde sulle carte. La faccia di Gianpietro diventò rosso e con tutta la rabbia che aveva in corpo afferrò la pigna e la scagliò in aria poi, accortosi che era ricoperta di resina, si pulì violentemente le mani sul mio zaino, borbottai.
Nel frattempo, la pigna, aveva colpito la testa del guardiano del parco, che infuriato si mise a correre verso di noi sbraitando, che spaventati iniziammo a raccogliere frettolosamente le carte da gioco e scappammo. Durante la fuga a Giampi cadde una carta in una pozzanghera, si fermo davanti ad essa, la fissò, cadde in ginocchio e dopo attimi di silenzio prese a singhiozzare. Lo presi per un braccio, cercando di smuoverlo da là.
Eravamo fuori pericolo: avevamo seminato il guardiano, quindi mi rilassai e guardai l’ora: mancavano ancora tre quarti d’ora alla riapertura del negozio. Ci avviammo verso la nostra vera meta, arrivammo là che mancava ancora mezz’ora.
Sbavammo sulla vetrina finchè, da lontano scorgemmo una figura che si avvicinava con passo buffo: basso, ciccione, occhiali, barba incolta, pantaloni corti, maglia di Star Wars, cinque pacchetti extra-large di caramelle gommose in una mano e computer potatile dall’altra, era lui! L’avevo visto nel sito web del negozio e la foto corrispondeva alla realtà.
“È lui!” esclamammo in coro e gli corremmo incontro a braccia aperte. Il proprietario del negozio, spaventato, si mise a proteggere le caramelle. Noi iniziammo a saltellargli attorno, incitandolo a sbrigarsi ad aprire il negozio.
Finalmente entrammo e ci fiondammo sullo scaffale dei videogiochi; nel frattempo il proprietario accese i computer con i quali si potevano provare i giochi. Dopo aver contemplato in silenzio religioso tutti i videogiochi esposti, ci appiccicammo ai PC: io provai un gioco giapponese di guerra mentre Giampi l’ultimo uscito dei pokemon.“Mi piacerebbe farmi un intervento di chirurgia plastica per farmi gli occhi a mandorla, come un vero allenatore di pokemon!” mi disse senza staccare gli occhi dallo schermo, le sue mani battevano freneticamente sulla tastiera.
“Si ,anch’io” risposi.
“Taci maledetto! Mi stavi facendo perdere!” sbraitò.
Non risposi, ero un po’ irritato: il suo comportamento, nonostante ci fossi
abituato, cominciava a darmi sui nervi.
“Ehi! Ci inventiamo dei soprannomi? Se tu fossi un allenatore di pokemon come ti piacerebbe essere chiamato?” mi chiese.
“Giuse the king!”
“Che schifo di nome! Io invece Jackpeter the best!” rispose fieramente.
“Ehi ragazzi, che ne dite se facciamo una partita in rete con i pokemon!” ci interruppe il proprietario che aveva già preparato il suo portatile e aperto un pacchetto di caramelle.
“Preparatevi a perdere!” rispose Giampi sogghignando.
“Ride bene che ride ultimo!” rispondemmo in coro.
La sfida cominciò.
“Questa si che è vita!” dissi ad un certo punto.
“Già!” mi risposero gli altri due.
Il tempo passava senza che ce ne accorgessimo, quando ad un certo punto entrò in tipo piuttosto strano: indossava un cappotto lungo, un paio di occhiali da sole, un cappello e teneva le mani in tasca.
Io e Giampi lo guardammo e il commesso mise in pausa il gioco. “Desidera signore?”
Il tipo estrasse una pistola dalla tasca e disse: “L’incasso, e alla svelta!”

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